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Category: Oro LBMA

INFLAZIONE – Quanto è reale la prospettiva di un risveglio?

INFLAZIONE – Quanto è reale la prospettiva di un risveglio?

Il 92% dei gestori che ha partecipato al sondaggio BofA ha dichiarato di aspettarsi un aumento dell’inflazione nei prossimi dodici mesi. Quali sono le ricadute per gli investimenti?

Le politiche monetarie e fiscali senza precedenti messe in atto dalle banche centrali nell’anno della pandemia hanno contribuito ad arginare il contraccolpo finanziario della crisi sanitaria. I mercati hanno così potuto recuperare buona parte del terreno perso nella primavera del 2020, quando la pandemia costrinse i principali Paesi sviluppati a mettere in atto misure straordinarie di lockdown per evitare il collasso dei sistemi sanitari.

Il recupero è stato particolarmente sostenuto tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 quando gli investitori hanno iniziato a prezzare un ritorno alla normalità grazie ai vaccini. L’avvio del nuovo anno non ha fatto altro che consolidare questo trend. Soprattutto nel momento in cui sono state rese note le cifre del piano di stimolo fiscale che l’amministrazione Biden, di fresco insediamento, si prepara a varare: 1900 miliardi di dollari.

Come sopravvivere alla montagna di debito accumulato durante la pandemia

Per il 2021 le aspettative degli investitori sono per il mantenimento, sia negli Usa sia in Europa, dell’arsenale di stimoli monetari e fiscali che ha consentito all’economia di reggere il colpo della pandemia. E che questo mix contribuisca a una ripresa solida del Pil. Così come a un risveglio dell’inflazione. Il 92% degli investitori che mensilmente vengono censiti da Bank of America Merrill Lynch nel suo consueto sondaggio ha dichiarato di aspettarsi un aumento dei prezzi al consumo nei prossimi 12 mesi. Si tratta di una percentuale da record. Sono numeri che vanno di pari passo con la recente ripresa degli indici che monitorano le aspettative di inflazione nell’area euro e che vengono da sempre monitorati con molta attenzione da parte della Bce.

L’aspettativa di una risalita delle pressioni inflazionistiche ha contribuito ad alimentare il cosiddetto “reflation trade”, ossia una strategia di portafoglio orientata a favorire le classi di investimento più cicliche come le azioni o materie prime come il petrolio.

Mercato obbligazionario sfavorito

Tipicamente sfavorito in un contesto di risalita dell’inflazione è invece il mercato obbligazionario. Più crescono i prezzi al consumo più si riduce il rendimento reale dei bond. E il mercato, per compensare, vende facendo scendere i prezzi e risalire i rendimenti a livelli più consoni al contesto macro. Non solo, con l’inflazione in risalita, le politiche espansive delle banche centrali hanno meno giustificazione e i mercati potrebbero iniziare a scontare un loro ritiro andando a colpire quelle classi di investimento più direttamente influenzate dal livello dei tassi di interesse. È un film già visto: nel 2013 il solo accenno a un graduale ritiro del piano di acquisti di titoli di Stato (Qe) da parte dell’allora presidente della Fed Ben Bernanke provocò un mezzo terremoto nel mercato dei bond (passato alla storia come “Taper Tantrum”).

Eppure, nonostante da tempo si parli della prospettiva di una risalita dell’inflazione, il mercato del reddito fisso in questa fase non pare dare segnali di stress. Anzi. Sebbene la prospettiva di una contrazione marcata del mercato obbligazionario venga considerata uno dei maggiori fattori di rischio con cui fare i conti in questa fase (il 29% dei gestori si è espresso in questo senso) il mercato pare abbastanza tranquillo in questa fase.

Banchieri centrali e stimoli

La lezione del “Taper Tantrum” del 2013 è ancora viva e i banchieri centrali non hanno alcuna intenzione di soffocare la ripresa con un ritiro prematuro degli stimoli. Il mercato ne è consapevole e forse questo spiega perché, al netto di un fisiologico ritorno sui titoli indicizzati all’inflazione, non si sia vista per il momento alcuna correzione significativa dell’obbligazionario.

Una risalita dei prezzi al consumo non dovrebbe insomma comportare un cambio di rotta nelle politiche monetarie. La Fed lo ha deciso comunicando l’intenzione di voler accettare eventuali risalite dei prezzi, purché temporanee. La Bce non ha ufficialmente preso una posizione a riguardo anche se alcuni esponenti di spicco hanno espresso un orientamento simile. Come il capo economista Philip Lane o l’esponente tedesca del Board Isabel Schnabel. Un ritiro troppo rapido dello stimolo monetario in una fase in cui l’economia è ancora molto vulnerabile insomma potrebbe fare più danni che altro. Soprattutto in ragione dell’elevato indebitamento di governi e imprese causa pandemia. Meglio fare i conti con una fiammata dei prezzi. Purché temporanea.

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ORO – In Russia più oro che dollari nelle riserve della banca centrale

Dopo l’euro, anche le riserve auree hanno sorpassato in valore gli asset denominati nella valuta Usa: una svolta storica, frutto del rally del lingotto e del processo di dedollarizzazione voluto dal Cremlino

C’è più oro che dollari nei forzieri della banca centrale russa: per la prima volta nella storia il valore delle riserve auree ha superato quello degli asset denominati nella valuta statunitense. La svolta è avvenuta nella prima metà del 2020, ma è stata evidenziata solo in questi giorni, con l’ultimo aggiornamento dei dati da parte di Bank Rossii.

La fotografia mostra che al 30 giugno l’istituzione custodiva lingotti per 128,5 miliardi di dollari, pari al 22,9% delle riserve: una quota oggi superata soltanto dagli attivi in euro (che rappresentano il 29,5% del totale), mentre quelli in dollari – in forte calo da anni – risultano scesi al 22,2%.

Negli ultimi mesi il volume delle riserve auree russe – che è quintuplicato tra il 2007 e il 2020, arrivando a sfiorare 2.300 tonnellate – dovrebbe comunque essere rimasto costante: dal 1° aprile scorso la banca centrale ha ufficialmente interrotto l’acquisto di lingotti, sostenendo di aver raggiunto gli obiettivi prefissati, una linea di nuovo ribadita a luglio dalla presidente Elvira Nabiullina.

La spinta verso la dedollarizzazione – decisa circa tre anni fa dal Cremlino per schermare l’economia russa dalle sanzioni Usa – potrebbe invece non essersi esaurita, benché Mosca abbia già tagliato in modo drastico la presenza del biglietto verde nelle riserve valutarie a favore non solo dell’oro ma anche dell’euro e dello yuan cinese.

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ORO – In Russia più oro che dollari nelle riserve della banca centrale
ORO – Più i rendimenti andranno in negativo, più attirerà. WisdomTree lo vede a 2.340 dollari

ORO – Più i rendimenti andranno in negativo, più attirerà. WisdomTree lo vede a 2.340 dollari

Ancora una volta, l’oro come copertura contro il rischio geopolitico potrebbe rivelarsi un bene prezioso. Con la Fed che sperimenta nuovi strumenti di politica monetaria e il deprezzamento del dollaro, ha spiegato Shah di WisdomTree, le posizioni sui future sul metallo prezioso salirebbero a 350mila posizioni net long

di Francesca Gerosa 19/01/2021 16:09

Contemporaneamente, tuttavia, si è vissuto uno shock pandemico mondiale per oltre tre quarti del 2020 e le istituzioni hanno tentato di contenere parte dei contraccolpi economici. La risposta fiscale e monetaria allo shock economico ha assunto proporzioni di portata storica. Gli Stati Uniti, ad esempio, il 28 dicembre 2020 hanno approvato un pacchetto di aiuti economici pari a 900 miliardi di dollari a sostegno dell’economia colpita dal coronavirus, che fa parte del più vasto provvedimento di spesa da 2,3mila miliardi che finanzierà l’attività del governo Usa fino a settembre 2021.

Nel Regno Unito l’ostacolo alla ripresa pare essere enorme e il suo eco si fa sentire in tutta Europa, poiché sono state introdotte varie forme di lockdown e regole più stringenti di distanziamento sociale a causa della diffusione di una variante più contagiosa del virus. Quest’anno in molti riceveranno il vaccino contro il Covid-19, ma non sono da sottovalutare le difficoltà operative d’immunizzare un’intera popolazione. “Dubitiamo che le Banche centrali si affretteranno a comunicare l’intenzione d’inasprire i tassi o più in generale le loro politiche: i taper tantrum del 2013 sono ancora troppo vividi nella memoria della Federal Reserve, che non sarà, quindi, propensa nemmeno a lasciare intuire un inasprimento prematuro”, ha proseguito il direttore della ricerca di WisdomTree.

“Ciò probabilmente conterrà i rendimenti dei Treasury, mantenendoli intorno all’1% al quarto trimestre del 2021, secondo le nostre previsioni. L’inflazione potrebbe arrivare al 2,8% grazie all’aumento della domanda economica generato dai provvedimenti della Fed, mentre l’offerta resterebbe limitata a causa dei problemi della catena degli approvvigionamenti dovuti al Covid”, ha aggiunto l’esperto. “Con la Banca centrale che sperimenta nuovi strumenti di politica monetaria e il deprezzamento del dollaro statunitense, il sentiment degli investitori verso l’oro si rafforzerebbe e le posizioni sui future sul metallo prezioso salirebbero a 350mila posizioni net long. Più i rendimenti reali andranno in negativo, maggiore sarà l’attrazione che l’oro eserciterà. In questo scenario”, ha concluso Shah, “l’oro potrebbe salire a 2.340 dollari l’oncia, registrando quasi il 24% di rialzo rispetto ai livelli di dicembre 2020”, il +0,42% rispetto alla quotazione odierna a 1.837,60 dollari l’oncia (+27,3% rispetto a ieri).

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ISCRITTI E RENDIMENTI – Il sistema dei fondi ha retto

Qual è il bilancio del 2020 della previdenza complementare? Partendo dalle adesioni e attingendo alle elaborazioni statistiche della Covip aggiornate a fine settembre, le forme pensionistiche complementari contano 9,289 milioni di posizioni in essere; la crescita rispetto alla fine del 2019, pari a 172 mila unità (+1,9%), continua a essere inferiore rispetto ai periodi precedenti l’emergere dalla crisi epidemiologica. A tale numero di posizioni, che include anche quelle di coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, corrisponde un totale degli iscritti che può essere stimato in 8,42 milioni. Quello che sembra avere prodotto un effetto benefico almeno in termini di incremento delle iscrizioni è il meccanismo delle adesioni contrattuali, previsto da alcuni contratti di lavoro (il settore edile è stato l’apripista). Rispetto alla fine del 2019 nei fondi negoziali si registrano circa 90 mila posizioni in più (+2,8%), portandone il totale a 3,25 milioni. I maggiori incrementi si riscontrano proprio nel fondo destinato ai lavoratori del settore edile (+47.800 unità) e nel fondo rivolto ai dipendenti pubblici (+12.100 unità). Nelle forme pensionistiche di mercato, i fondi aperti contano 1,593 milioni di posizioni, 42 mila unità in più (+2,7%). Per le polizze individuali pensionistiche (pip nuovi) il totale delle posizioni, 3,46 milioni, è in aumento di 41 mila unità (+1,2%) sempre rispetto a fine 2019.

Per quel che riguarda i flussi contributivi, nei nove mesi del 2020 sono stati pari a 8,2 miliardi di euro; osservandone l’andamento, emerge che il flusso dei contributi del secondo trimestre ha avuto un calo, seppur limitato, per l’effetto dell’emergenza pandemica, sottolinea la Covip.

Sul fronte della gestione della crisi, va ricordato che, riportando le considerazioni espresse dalla commissione di vigilanza in occasione della presentazione dell’ultima Relazione annuale, le forme pensionistiche complementari hanno dimostrato capacità di reazione per quanto attiene sia alla continuità operativa sia alle modalità di interazione con gli iscritti. In tale quadro un ruolo importante hanno avuto anche i siti web, attraverso i quali sono state veicolate informazioni e indicazioni comportamentali da numerosi fondi pensione, in particolare i negoziali. Andando ai profili finanziari, i risultati hanno proseguito nel recupero iniziato nel secondo trimestre, sottolinea la Covip. Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i rendimenti dei negoziali rispetto all’inizio del 2020 a fine settembre sono ritornati positivi, risultando pari in media allo 0,2%; i rendimenti sono invece rimasti negativi per i fondi aperti (-0,9%) e per i pip di ramo III (-4,7%). Per i pip legati alle gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato, il risultato è stato pari all’1%.

Valutati su orizzonti più propri del risparmio previdenziale, i rendimenti restano soddisfacenti nonostante la recente crisi. Nei dieci anni da inizio 2010 a fine 2019 il rendimento medio annuo composto è stato del 3,6% per i negoziali, del 3,8% per i fondi aperti e per i pip di ramo III e del 2,6% per le gestioni di ramo I; la rivalutazione del tfr è stata del 2% annuo. Aggiungendo ai dieci anni i primi nove mesi del 2020 i rendimenti medi annui composti scendono al 3,4% per i negoziali, al 3,5% per i fondi aperti, al 3,1% per i pip di ramo III e al 2,5% per i prodotti di ramo I. La rivalutazione del tfr resta inferiore: 1,9% annuo. (riproduzione riservata)

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ISCRITTI E RENDIMENTI – Il sistema dei fondi ha retto
I CAMPIONI DEI FONDI – Chi sono i gestori dalle uova d’oro?

I CAMPIONI DEI FONDI – Chi sono i gestori dalle uova d’oro?

di Salvatore Licciardello
È sempre lo stesso club ristretto, affiancati da uno o due outsider. A vincere il confronto della performance in tutte le classifiche temporali (a 1, a 3 e a 5 anni) sono i gestori di JP Morgan, BlackRock, Morgan Stanley, Franklin Templeton e Janus Henderson. I big delle investment bank Usa sono i padroni della top 5 del rendimento assoluto. È la prima delle 13 classifiche che selezionano per ogni categoria i migliori tra i 15 mila prodotti del risparmio gestito disponibili per gli investitori italiani a cui Milano Finanza assegna il rating AAA.
Schroder, Fidelity e Threadneedle sono, invece, le migliori «squadre» tra le case di investimento. Hanno, cioè, il maggior numero di fondi (più di 20 e fino a 38) con la massima valutazione. La prima, tra le case europee, è la francese Carmignac, seguita da Axa e Allianz. Fideuram e Azimut sono, invece, i migliori gestori italiani tra le super Sgr con più di 4 fondi.
Le classifiche esclusive e i rating elaborati per l’Annuario dell’Investitore 2021 (il magazine in edicola con Milano Finanza del 2 gennaio 2021) tengono conto della persistenza del rendimento, della rischio e del confronto con i pari categoria anche per fondi pensione e assicurativi, pir, gpm, hedge fund, Etf e fondi immobiliari. Il confronto tra i money manager è anche un indice delle migliori idee di investimento, la conferma che i mercati premiano le migliori energie dell’economia reale. Vincono, infatti, i portafogli che selezionano le migliori società ad alto contenuto di innovazione tecnologica e capacità di investire nella transizione digitale in tutti i settori. Per Joseph Wilson di JP Morgan Us Technology le prime scelte sono Tesla, Amd, Synopsys e Facebook. (riproduzione riservata)

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ORO – Aumento da record per il valore dell’oro, bene rifugio per eccellenza

L’oro, bene rifugio per eccellenza, è destinato ad attirare gli investitori in questo inizio di 2021, in tanto batte tutti i record con il 20% di aumento del suo valore.

L’oro è simbolicamente salito di prezzo nell’ultimo giorno del 2020, mostrano i dati delle negoziazioni in borsa, con la quotazione complessiva aumentata di oltre il 20% quest’anno, mostrando una crescita record negli ultimi dieci anni.

Il prezzo spot dell’oro è sceso dello 0,2% a 1.890,25 dollari l’oncia questa mattina, ma è aumentato di oltre il 24% sull’intero anno. I futures sull’oro degli Stati Uniti hanno guadagnato lo 0,2% per raggiungere i 1.897,60 dollari l’oncia.

In altri metalli preziosi, i futures sull’argento per marzo sono aumentati dello 0,14% a 26,605 $ l’oncia. Il platino è sceso dello 0,2% a 1.063,39 dollari l’oncia, ma ha registrato una crescita del 10% nel 2020.

Secondo i dati per il 2020, i prezzi dell’oro quotati sono aumentati del 21,7%, con un’impennata record dal 2011.

Aumento da record per l’oro, la crescita è direttamente proporzionale all’indebolimento del dollaro

I prezzi dei metalli preziosi hanno ricevuto ulteriore impulso poiché il sistema della Federal Reserve statunitense e la Banca d’Inghilterra hanno inaspettatamente tagliato due volte il tasso chiave a marzo, con conseguente deprezzamento del dollaro.

Il dollaro e l’inflazione rimarranno i principali fattori che determinano la dinamica dei prezzi dell’oro in futuro, secondo il capo stratega del mercato globale di Axi Stephen Innes.

“Il dollaro si indebolirà abbastanza precipitosamente fino al primo trimestre, dando all’oro una chiara spinta per crescere fino al prossimo anno”, ha detto l’analista, citato da Reuters; ha aggiunto che il metallo prezioso potrebbe raggiungere i 2.000 $.

“L’oro continuerà a essere uno dei migliori beneficiari della debolezza del dollaro, quindi aspettatevi di vedere un nuovo record sopra i $ 2.000 nelle prossime settimane”, secondo Hussein Sayed, capo stratega del mercato di FXTM, in una nota di lunedì.

Insomma la pandemia ha cambiato il mercato delle materie prime e l’arrivo dei vaccini cambierà ancora le prospettive sul valore di tutte le materie prime tra le quali anche l’oro.

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ORO – Aumento da record per il valore dell’oro, bene rifugio per eccellenza
ORO – Quanto vale? La risposta di questo 1 Gennaio 2021 lascia tutti senza parole

ORO – Quanto vale? La risposta di questo 1 Gennaio 2021 lascia tutti senza parole

L’oro ha visto un più che discreto rialzo del proprio valore del proprio valore: il biondo metallo ha visto un incremento che sfiora il 24 % rispetto alla valutazione del 2019, conseguenza di un’annata senza dubbio problematica sotto molti aspetti economici, dove hanno avuto la meglio la poca voglia di investire in alcuni mercati in favore di altri, ed ecco che l’oro è stato preferito in fase di investimento.

Valutazione attuale

La valutazione dell’oro infatti muta parecchio anche nel corso della stessa giornata, e viene solitamente determinato dall’andamento dei mercati nazionali ed internazionali, in relazione alle valute monetarie principali, come il dollaro, lo yen, l’euro e così via. Anche eventi politici particolarmente importanti possono determinare un rialzo o meno di questa valutazione, a seconda del momento e della situazione politica/economica più o meno stabile. Il primo giorno di questo 2021 vede un incremento piuttosto consistente, che ha portato l’oro ad essere valutato 50,05 € al grammo, e 50.050,49 €.
Importante la valutazione in oncia, che attualmente è di 1.556,72 €.

FONTE:

ORO – Tutte le motivazioni del rialzo e le prospettive per il 2021

Dalle aspettative di inflazione all’analisi dei tassi reali Usa, passando per la debolezza del dollaro fino alla psicologia dei piccoli investitori retail. Ecco tutto ciò che ha trainato l’oro nel 2020, con ampio focus su come comportarsi in previsione dell’anno (positivo) che sarà

di Marco Vignali0 – 1/01/2021 – 12:55


Se c’è stato un protagonista indiscusso di questo 2020 che va concludendosi è stato senza ombra di dubbio l’oro. Il metallo giallo ha fatto registrare rialzi da capogiro, portandosi addirittura su nuovi massimi storici prima di ritracciare leggermente nelle ultime settimane, complice il netto miglioramento del sentiment generale. Gli investitori si stanno chiedendo se e come la strepitosa performance del 2020, con un rialzo di oltre il 35% dal 1° gennaio ai massimi storici (la performance attuale si aggira intorno al +21% da inizio anno), possa effettivamente continuare in un anno in cui la propensione al rischio dovrebbe essere il fattore chiave sui mercati. Analizzando le cause del rialzo di quest’anno, possono essere tratte importanti indicazioni anche per i prossimi dodici mesi.

Le motivazioni della performance del 2020

La performance positiva del metallo giallo è dovuta a molteplici fattori. Innanzitutto, l’oro ha beneficiato di un dollaro debole, che ha tratto svantaggio dai tassi d’interesse Usa decisamente compressi che hanno svalutato gli attivi in valuta locale. La debolezza del biglietto verde ha fatto si che le altre valute dei principali compratori d’oro potessero così rafforzarsi, aumentando gli acquisti e spingendo al rialzo i prezzi della materia prima.

Un altro aspetto chiave è stata la presunta correlazione inversa con il mercato azionario. Tuttavia, questo fattore ha inciso più a livello psicologico che strutturale, in quanto molto spesso nel corso dell’anno oro e azioni hanno avuto un andamento simile. Tuttavia, con l’ingente quantità di prodotti Etf ed un mercato sempre più in mano agli investitori retail, questo aspetto è stato comunque un driver importante che ha spinto i gestori a inserire sempre più oro per diversificare i portafogli.

Inoltre, per quanto il metallo giallo benefici di uno scenario inflattivo (non subisce l’erosione del potere d’acquisto), è durante i periodi deflattivi che, proprio a causa dei tassi di interesse bassi, trae maggior beneficio. L’oro non offre rendimento ed è quanto meno logico pensare che, quando i rendimenti dei bond sono rasenti o sotto lo zero, gli investitori prediligano questo tipo di asset class piuttosto che quella obbligazionaria.

Per quanto riguarda i motivi del recente ribasso, invece, è bene sottolineare che si è trattato di qualcosa di abbastanza “anomalo”. Il prezzo dell’oro ha infatti subito una brusca correzione, comunque fisiologica, scendendo fino a 1750 dollari (il 50% del rialzo da marzo in avanti) e violando al ribasso il supporto costituito dalla media mobile calcolata a 200 periodi. Il crollo repentino è avvenuto nonostante tassi reali a 5 e 10 anni piuttosto bassi (l’oro è inversamente correlato agli stessi) e il consolidato indebolimento del dollaro rispetto alle principali valute di consumatori di oro.

Goldman Sachs ha ritenuto che quanto successo sia stato dovuto a una combinazione data dalla rotazione pro-ciclica verso i titoli azionari combinata con l’assenza di un aumento delle aspettative del punto di pareggio dell’inflazione, fattore che aveva portato l’oro sui massimi storici durante la scorsa estate. Di conseguenza, l’oro ha sofferto della forte rotazione, avvenuta senza però un contestuale fenomeno reflattivo, atteso invece per il 2021.

Cosa aspettarsi nel 2021

Le dinamiche della pandemia hanno fatto scattare una vera e propria corsa al bene rifugio, ed è possibile che l’oro abbia già in parte prezzato questo scenario futuro, come evidenziato dall’ampia divergenza attuale con il Bloomberg Commodity Spot Index, l’indice che racchiude le principali materie prime, oro compreso. In primo luogo, nel 2021, l’andamento del metallo più prezioso sarà fortemente legato alla crescita del valore del debito rispetto al Pil nominale statunitense. Un aumento del rapporto tra queste due ultime grandezze, che appare inevitabile, fornirebbe un altro fattore rialzista per le quotazioni. Inoltre, sebbene la valutazione dell’oro sia comunque elevata, la misura del prezzo in termini percentuali rispetto al rapporto debito pubblico/Pil Usa evidenzia un livello sostanzialmente identico a quello del 2007 e del 1979, gli anni precedenti all’inizio dei due principali bull market della commodity.

L’oro è inoltre il principale beneficiario della reflazione e nell’anno che sta per iniziare, con gli stimoli fiscali Usa che entreranno finalmente in gioco, l’ingente liquidità erogata dalle banche centrali e la volontà di non alzare i tassi, qualsiasi aumento delle aspettative di inflazione si tradurrà probabilmente in tassi reali più bassi a scadenze a breve e medio termine, che spingeranno ulteriormente al ribasso il dollaro e, manco a dirlo, beneficeranno nuovamente la materia prima.

Infine, un altro interessante spunto può essere tratto analizzando il rapporto tra l’offerta di oro estratto e la ricchezza dei mercati emergenti, misurata tramite il prodotto interno lordo (in dollari), degli stessi emerging markets. Normalmente, si tende a considerare l’estrazione di oro in un determinato Paese come positivamente correlata alla crescita dell’economia dello stesso, accompagnato inoltre da un miglioramento nello stato di benessere. Lo scorso 3 giugno, il World Gold Council (WGC), un’organizzazione di sviluppo del mercato per l’industria dell’oro, ha pubblicato un nuovo rapporto sugli impatti sociali ed economici dell’estrazione dell’oro e le sue implicazioni per la crescita e lo sviluppo. I risultati hanno mostrato come l’industria dell’oro abbia contribuito direttamente per circa 171,6 miliardi di dollari all’economia globale, mentre questo contributo era di appena 81,3 miliardi nel 2013.

Vi è dunque una correlazione positiva tra la crescita dell’impatto dell’estrazione dell’oro sull’economia e il miglioramento dello stato dei redditi in suddetti Paesi. Utilizzando tale valutazione, applicata al Gdp dei soli mercati emergenti, dopo il crollo a 1900 dollari del metallo prezioso, quest’ultimo si presenta come decisamente scontato ed evidenzia uno scostamento ancor più elevato con i tassi reali Usa a cinque anni, che dovrà essere colmato. Utilizzando le stime di Goldman Sachs secondo cui il GDP degli EM dovrebbe aumentare il prossimo anno di un valore di circa il 13%, e aggiungendo che i tassi reali Usa dovrebbero subire una nuova diminuzione o al massimo restare sui valori attuali, è chiaro che l’oro non ha alcun motivo per frenare la sua corsa. (riproduzione riservata)

FONTE:

ORO – Tutte le motivazioni del rialzo e le prospettive per il 2021

ORO – Quanto ne ha l’Italia

L’Italia, sin dalla fondazione della Banca d’Italia nel 1893, ha dato molto peso alla proprietà dell’oro. Al punto da diventare una delle potenze auree più forti al mondo. Ecco quanto oro ha l’Italia: vediamo qualche cifra.

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L’oro italiano in cifre

Precisamente, l’Italia è la quarta potenza aurea mondiale con 2.452 tonnellate d’oro. Le ultime modifiche del quantitativo attuale risalgono al 1999, in coincidenza dell’avvio dell’Unione Economica e Monetaria (UEM). Davvero una cifra considerevole se si pensa alla quantità originaria di 78 tonnellate dei primi anni di vita della Banca d’Italia. Il minimo storico, invece, si è raggiunto nell’ottobre 1944. All’epoca, a causa dell’asportazione massiccia da parte delle truppe occupanti tedesche a Roma, l’oro italiano raggiunse la cifra di 22 tonnellate.

La maggior parte delle riserve auree attualmente possedute sono rappresentate dai lingotti: ben 95.493 unità. Il controvalore monetario dell’oro, invece, è stimato in 88 miliardi di euro al 31 dicembre 2018. Queste e altre statistiche sono reperibili sul sito istituzionale della Banca d’Italia.

La funzione della materia prima

La funzione principale dell’oro è quella di garantire e accrescere la fiducia nella moneta e nella stabilità finanziaria del Paese. I Paesi che detengono alti quantitativi d’oro sono tradizionalmente le economie avanzate, attente ai rischi finanziari. Infatti l’oro serve in qualche modo a mettersi al riparo dagli shock economici derivanti da un’integrazione economica sempre più stretta. Ma anche da situazioni di instabilità politica. Oltre che di caos sociale e conflitti.

Inoltre questo metallo prezioso consente di offrire una contropartita quando un Paese intende fare ricorso ai prestiti internazionali. Nel caso italiano questo si verificò nel 1976. In  occasione di un prestito richiesto alla Banca Federale Tedesca (Bundensbank).

Dov’è custodito l’oro italiano

Le riserve auree sono custodite in diversi Paesi. Ciò è dettato da due ragioni.

La prima riguarda la diversificazione volta a ridurre quanto più possibile i rischi. La seconda risiede nella scelta di Paesi che costituiscono le principali piazze finanziare dell’oro al mondo.

La percentuale maggiore d’oro è localizzata all’interno di Palazzo Koch. La prestigiosa sede della Banca d’Italia. Essa rappresenta il 44,86% corrispondente a 1.100 tonnellate.

Seguono gli USA con il 43,29%. Ossia 1.061,5 tonnellate. Il terzo paese è la Svizzera. Vi sono depositate 149,3 tonnellate che in percentuale costituiscono il 6,09%. Infine, in Inghilterra custodiamo 141,2 tonnellate. L’equivalente del 5,76%.

Ecco quanto oro ha l’Italia.

FONTE:

ORO – Quanto ne ha l’Italia